IL SUICIDIO DELLA CLASSE OPERAIA
L’attuale situazione lavorativa di molte persone nel nostro paese diventa ogni giorno sempre più preoccupante e problematica, con l’introduzione del lavoro precario sembrano essere venute meno molte conquiste sociali ottenute dalle classi lavoratrici degli ultimi due secoli.
In nome della chimerica crisi viene permessa ogni losca macchinazione economica in grado di accrescere gli utili per gli azionisti, diminuire i costi di produzione e esasperare la classe lavoratrice.
Di fronte all’ultimo triste caso di suicidio di un giovane lavoratore trentaseienne arrivato addirittura a cospargersi di benzina e darsi fuoco dopo essere stato esasperato da un sistema lavorativo disumano, vorremmo portare uno spunto di riflessione ai vari lettori di queste poche righe: perchè un individuo nel pieno delle sue capacità fisiche e mentali decide di porre fine alla sua giovane vita per la perdita di un lavoro? La critica che vorremmo muovere è quella al fatto che nella nostra società pian piano si è affermato un modello di vita a nostro avviso insostenibile che può essere riassunto nell’espressione: “lavorare di più, per consumare di più”.
La visione totale del lavoro porta l’individuo ad identificare il suo ruolo come unica ragione di vita, l’unico mezzo capace di permettergli di gareggiare alla corsa quotidiana dei consumi: qualcuno ha riassunto questo concetto attraverso l’espressione: produci-consuma-crepa.
A causa di questo fenomeno inoltre si è di fronte alla frammentazione dello spirito comunitario che ha caratterizzato i lavoratori dell’era moderna, basta farsi raccontare da persone neanche troppo avanti con l’età di circoli ricreativi, dopolavori vari , di vita associativa in generale tra i lavoratori, perfino le aziende spesso tendevano ad agevolare questo fenomeno; in un decennio tutto ciò può dirsi estinto a causa delle nuove politiche dettate dall’economia globalizzata; di conseguenza, non tanto l’indifferenza, ma sopratutto la rassegnazione e il sentirsi impotenti di fronte a questioni che appaiono al di sopra delle proprie possibilità, fiaccano moralmente il lavoratore che perde così lo slancio necessario a portare avanti le proprie rivendicazioni.
L’operazione condotta sotto il nome di precarizzazione mira alla creazione di modelli di vita nuovi, secondo i quali il lavoratore/consumatore non sentendosi legato ad un determinato territorio, stabilisce rapporti sociali solamente all’interno del mondo della produzione, quindi esso è inevitabilmente controllabile attraverso il vettore economico. La necessità di rendere sempre più competitivo il lavoro in termini di costi e di profitti fa apparire l’iniziativa personale e l’individualità del lavoratore fattori trascurabili nell’equazione economica: un bel regresso ai tempi del taylorismo e del lavoro organizzato scientificamente!
Lo scoramento generalizzato sopratutto tra i più giovani sembra recitare: “Il futuro non è più quello di una volta”. Lo sconforto tuttavia va cancellato dai nostri cuori, la paura non ha mai aiutato nessuno, la paura del futuro è solamente una bieca mossa politica che offre un comodo collare in cambio della libertà; è di nuovo ora di gettare il cuore oltre l’ostacolo!