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LETTERA DEL FIGLIO DI UN OPERAIO FIAT

Friday, July 30th, 2010

Riportiamo di seguito un articolo che in poche righe racconta la rabbia di chi non rinnega, ma onora le proprie radici

Descrive la dignità di chi, nella scala sociale, sa bene a quale classe appartiene e di quale invece fa parte in nemico.

 

Ero nato da poche ore e l’ho visto per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera.
Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi tutti uguali imposti dal cottimo. L’ho visto felice, passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie.
L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università.
L’ho visto umiliato quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro.
L’ho visto distrutto quando, a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 Luglio 2010 su «La Stampa» di Torino ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore i «diritti dei lavoratori» diventavano «componenti non monetarie della retribuzione», la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile «garanzia della continuità delle occasioni di lavoro», ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del «tempo libero in cui spendere quei salari», ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17.30 e le 18.00 di Martedì 27 Luglio 2010). Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore perché non è correlato al denaro mi ha tolto l’aria.

Sono salito sull’auto, costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse per 35 anni in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità.

tratto da:
http://emiliaromagna.indymedia.org/node/9237
 

 

MANGANELLI SU CHI LAVORA

Thursday, February 11th, 2010

Oggi tutti conoscono le condizioni di vita dei lavoratori dell’ex Eutelia, che non ricevono lo stipendio da molti mesi, così come quelle dei lavoratori di altre aziende come l’Italtel ad esempio, che ieri si sono incontrati per manifestare pacificamente davanti alla Prefettura di Roma in p.zza Santi Apostoli. Uomini e donne img6599che lavorano da anni in queste aziende, grazie alle quali mandano avanti le loro famiglie e l’economia di questo paese, si sono visti togliere anche il diritto di manifestare dal brutale intervento delle forze dell’ordine, che li ha caricati senza alcun principio di sicurezza, disperdendoli nella piazza e rincorrendoli fin dentro i bar e i  portoni dei palazzi, pestandoli coi manganelli più per punizione che non per contenimento di un ipotetico disordine. Centinaia di lavoratori che protestavano per chiedere il pagamento dei propri stipendi, sotto gli occhi increduli di donne e bambini, sono stati malmenati dalla Polizia e dai Carabinieri.

Giunge dunque, anche se un po’ in ritardo, il momento di fare una rapida analisi, in primo luogo con noi stessi, per chiarire che gli apparati governativi, protagonisti e speculatori nell’economia privata italiana stanno “cercando di risolvere la crisi” nell’unico modo barbaro che conoscono, spegnendo coi manganelli, sulla bocca di chi protesta, la verità sul percorso di povertà del nostro paese. Questo non vuole essere un retorico appello alla partecipazione al conflitto sociale, ma piuttosto un chiarimento delle prospettive degli eventi, per toglierci ogni giustificazione su ciò che non dovesse accadere domani. Evidente è il conflitto separatore nel nostro paese, tra due visioni dell’ordine, chi dirige, proteggendo il profitto e chi lo subisce non riuscendo a proteggere se stesso. Due ordini all’orizzonte, perché oltre a quello tipico del modo di governare questo paese vi è anche l’ordine del popolo, di chi lavora, di chi produce, tutti i giorni, il benessere di questa società, che ha già un ordine i cui schemi garantiscono la sopravvivenza di questa nazione.  Questa sopravvivenza porta con sé dei doveri ma anche dei diritti, come quello di protestare per le proprie condizioni di vita, tanto più la crisi schiaccia tanto più si ha diritto di resistere con forza per non essere schiacciati. img6594 La giustizia inizierà il suo corso quando’s’innescherà un principio di causalità, perché ad ogni diritto violato si ha, sempre,il diritto naturale di ribellarsi. Ogni lavoratore nelle piazze è un atto di propaganda, d’informazione sullo stato della società ed ogni governo che reprime  questa informazione, dimostra che sta governando non per il bene dei cittadini. Gli Interni, le forze dell’ordine, le prefetture stesse hanno il dovere, nella missione che hanno, di proteggere queste proteste nelle piazze, le occupazioni nelle aziende in caso di  bisogno, perché i lavoratori non giocano a fare politica ma protestano per necessità naturali. Vi è oggi come domani la necessità di trasformare chi lavora nella precarietà, da vittima a protagonista della giustizia nel nostro paese, vi è la possibilità di riunire la forza e la volontà del mondo del lavoro, restituendogli un ruolo centrale, iniziando proprio da queste manifestazioni, garantendo che la sicurezza di quell’ordine sia alta e vigile.

Quello che è successo ieri in p.zza Santi Apostoli, così come quello che è successo a Cagliari qualche giorno fa agli operai dell’Alcoa, è forse una delle contraddizioni più forti di questa società, ma ci indica il punto del conflitto e la via della giustizia sociale, perché tale si afferma come un’occasione per smettere di parlare ed incominciare ad agire, per non portare nella piazza della propria coscienza semplice solidarietà ma partecipazione in una battaglia  politica di giustizia.

 

Alcune foto del presidio: 

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